Rece umile del concerto di Brunori SAS a Varese.

Ieri, 28 aprile, il nostro blog ha compiuto un anno. E quale migliore occasione per festeggiare il compleanno con l’arrivo del Maestro (aka Dario Brunori) in città? Ultima data della tournée Brunori nei teatri – Canzoni e monologhi sull’incertezza e dunque una festa a tutti gli effetti. Sul palco si respira l’aria goliardica di chi ha girato per due mesi l’Italia, l’atmosfera da “ultimo giorno di scuola” di un gruppo di musicisti che è diventato una famiglia. “Amici più che musicisti”. Che può concedersi di lasciarsi andare ogni tanto a scherzi (ad esempio la gag della pinna dello squalo per far spaventare Dario – che tra le tante paure nominate sul palco – soffre anche di selacofobia) a jingle esagerati a chiusura di ogni battuta sulle incertezze della vita quotidiana.

Uno spettacolo composto da monologhi intelligenti ed ironici sulle insicurezze della  nostra generazione, dei 30-40enni allo sbando sotto ogni punto di vista: amore e lavoro in cima alla lista. Ossessionati dalle tecnologie, dai social media che ci rendono più soli che altro. Affascinati da tutto ciò che è esotico, cibo in primis. Monologhi sulle paure, su come affrontarle ed esorcizzarle. Monologhi e canzoni. Canzoni “che parlano d’amore perché alla fine, dai, di che altro vuoi parlare? Che se ti guardi intorno non c’è niente da cantare, solamente un grande vuoto che a guardarlo ti fa male”. 

Si autocita, si autocelebra. Si osanna e il pubblico glielo permette. Perché lo fa con grande umiltà anche se potrebbe sembrare un controsenso.  Ti dà una sberla emotiva con una canzone e subito dopo, con un monologo, ti regala una sana risata. Bastone e carota, insomma. Come le mamme calabresi o le nonne, quelle che ti dimostrano amore in un modo tutto loro. Magari anche con uno scappellotto o un piatto di pasta in più. Parla di pedagogia 2.0 e di educazione ai suoi tempi. Di bambini, di quelli degli altri “che odia profondamente” e ai quali ogni tanto dà un calcetto dispettoso, come quello che dai al gatto di nascosto. “Ma Amnesty International non deve sapere”. 🙂

Un artista a tutto tondo, un musicista come pochi in Italia, un cantautore che per darsi un tono “si accarezza la barba come tutti i cantautori”. Sul palco si “divide” tra pianoforte e chitarra. A tratti impazzisce come faceva il buon Lucio Dalla. In alcuni momenti si fa serio come De André. Duetta con Simona illuminata da un occhio di bue. La sua Simona, non una qualunque. Quella che cerca durante l’after party al Twiggy perché l’ha persa di vista e non la vede intorno a sé.

Una certezza il grande Dario. Un cantastorie del 2018, istrione e grande comunicatore. Che di incerto ha solo la scenografia che lascia la sua band sospesa, in bilico, traballante.

E lui… Lui lascia senza parole e senza risposte. Ma inspiegabilmente leggeri.

Anna Manicone.

 

 

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