Come un Beatles (quello che ti piace di più)

“Revolution” è da vedere. Credo che questo incipit non lasci dubbi sul fatto che la mostra alla Fabbrica del Vapore (fino ad aprile) mi è piaciuta parecchio. A chi mi ha chiesto un consiglio ho quindi risposto, “Yes, baby”, con le due dita alzate in segno di vittoria per iniziare ad entrare nell’atmosfera.

Il motivo principale è uno: esci con una grande voglia di metterti dei fiori nei capelli e tirare fuori dall’armadio i pantaloni a zampa di elefante, quelli che da anni sono sepolti sotto la valanga di vestiti che non riesci a buttare. Hai voglia di riaccendere lo stereo, sempre che ancora tu ne abbia ancora uno nei dintorni, e iniziare a muovere i fianchi sulle note di “Satisfaction” dei Rolling Stone.

Insomma, per chi il mito degli anni’70 ce l’ha dentro (la mostra, per l’esattezza tocca “dal 1966 al 1970, dai Beatles a Woodstock” come citato nel titolo)è una mostra da vedere. Ovviamente io quegli anni non li ho mai vissuti, sono nata negli anni ’80 e un pezzo e il bel periodo del “mettete i fiori nei vostri cannoni” l’ho solo rivissuto come una grande mito, durante il periodo delle superiori. Quando gli scioperi a scuola si facevano per il riscaldamento rotto più che per motivazioni plausibili. Insomma, altre epoche ma il periodo del “Peace and love” l’abbiamo sognato tutti, almeno credo (l’avete sognato anche voi? Sappiate che se non l’avete fatto c’è qualcosa che non va…).

La mostra è quindi un’esperienza da fare, più che da vedere. Si entra in un modo colorato e psichedelico, cuffie nelle orecchie a tutto volume con super colonna sonora scelta ad hoc e camminando ti ritrovi a ballare (oltre ad urlare, a chi è con te, a volumi altissimi “Oh, hai visto questo?”.  E tutti si girano a guardarti male e tu non capisci, “Beh?!”).

Nelle stanze ci sono memorabilia, oggetti di design, arte, grafica e ovviamente musica, tanta musica. Ci sono intere pareti coperte di vinili, da The Who, Jimi Hendrix, Bob Dylan, Lou Reed, Andy Warhol, Frank Zappa…Tutti quelli che vi immaginate (o almeno una buona scelta) sono lì. Ci sono i vestiti della Swinging London, i cartelli delle voci del dissenso “Power to all people”, ci sono le storie delle comuni della west coast che ti fanno rivivere la “Summer Of Love”, c’è Woodstook e la cultura dei festival con tutta la sua magia. E quindi, ecco che ti trovi sull’Isola di Wight, a passeggiare Carnaby Street, in mezzo a migliaia di persone ascoltato le voci di Janis Joplin, Joe Cocker e tutti gli altri.

Bella la stanza dedicata ai Beatles e a Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band e bello trovarsi davanti la “linguaccia” dei Rolling Stone, la prima, quella disegnata dal giovane studente John Pasche. Te lo immagini lì, mentre disegna quello che sarebbe diventato uno delle icone più forti del rock. C’è poi una stanza dedicata a Blow Up che torni a casa a cercare il vecchio vhs. Comunque, dopo aver fantasticato invano di portare a casa mezza mostra, entrate nella stanza finale (no spoiler, giuro!) e tornerete a casa sognanti.

Prima, ovviamente, selfie sulla poltrona anni 70′ – non sono certa sia degli anni ’70 e che si possa fare la foto, ops –  e all’uscita foto nella copertina “Abbey road”. Come ci piacciano anche questi anni delle super tecnologie che con uno scatto sei un Beatles, quello che ti piace di più.

 

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