Al Castello Sforzesco una piccola magia: Dardust, principesse e cavalieri.

Un nome che evoca immediatamente Ziggy Stardust, l’alter ego di David Bowie, “the starman waiting in the sky“,  un giovane che aiutato dagli alieni diventa l’ultima rock star di un mondo che si avvicina verso l’Apocalisse. Accanto a Dardust, Dario Faini – produttore, autore, compositore e pianista- nessuna band di marziani. Forse. Perché probabilmente sotto quelle divise nere e quei segni luminosi sul volto si nascondevano veri “mostri” di bravura e dietro Dario la reincarnazione del “Duca Bianco”.

Siamo nel Cortile delle Armi del Castello Sforzesco, alle spalle del pubblico sovrasta la Torre del Filarete. Una Corona senza limone abbandonata fuori dal portone principale per correre (n.b. con le zeppe sul ciottolato) a ritirare un pass gentilmente concessomi. Un panino “Poletti” preso dal chiosco che fa i panini ispirati ai politici italiani appena fuori dal Castello. Panino che vive ancora nel mio zainetto, perché mi sembrava poco “principesco” addentarlo sotto lo sguardo del pubblico che pian piano arrivava. E nell’attesa pensavo “perché associare il prosciutto crudo e i gamberetti al Ministro del Lavoro con delega alle politiche giovanili?”. Boh, vabbè. Non vado oltre.

Cosparsi di Autan ci prepariamo al concerto. Un concerto “sudato” quello di ieri sera: sia perché era previsto a fine giugno ed è stato rinviato a causa del maltempo; sia perché a Milano fa caldo sempre. E sempre più che a Varese.

Uno show-evento in 2 atti, un viaggio nell’immaginario musicale di Dario Faini che parte lentamente quasi in penombra. La prima parte “Slow” ripropone brani tratti da “7”, il primo album registrato a Berlino, le cui sonorità più classiche ci accompagnano pian piano per mano in un sogno. Alle prime note del piano ho subito pensato alla carezza prima di addormentarsi che solo i Sigur Ròs possono darti, a quei raffinati climax che ti fanno sentire leggera, a quei crescendo che creano un piccolo vuoto nello stomaco. E non è dovuto al panino con i gamberetti che sta nella tua borsa e non nella tua pancia.

Come un’Alice nel paese delle meraviglie vengo rapita dai giochi di luci, dagli effetti visivi, dai video proiettati dietro. Niente, forse sto sognando. E appena realizzo che probabilmente “sì, sto sognando”, inizia a piovere. E qui mi viene in mente quell’altro straordinario concerto che avevo visto a Villa Arconati sotto la pioggia, quello dei Mogwai con Colori Freddi. Una doccia fresca che ha reso tutto più incantevole, più sospeso, più spostato in un’altra dimensione.

La prima parte del live “slow”, finisce velocemente. E anche se può sembrare contraddittorio, è andata proprio così. A detta dello stesso Dario è stata accorciata perché prevedevano il temporale ad una certa ora. Ed ecco che inizia così “Loud”, la seconda parte del concerto, più elettronica e più sperimentale. Si inizia a tambureggiare. Parte infatti una marcia, sullo sfondo immagini di parate militari, accanto a lui due compagni di viaggio speciali: Marcello Piccinini alle percussioni (e ai sonaglietti 🙂 ) e Vanni Casagrande – produttore e socio di Faini – alla parte elettronica. Il pubblico si alza in piedi, sull’attenti, invitato da Dario stesso e tutti iniziano a ballare sotto la pioggia con gli ombrelli al cielo. Tutti sotto palco, tutti sotto l’acqua: impossibile non lasciarsi trasportare da quel sound così potente, da quelle luci così taglienti e ipnotiche.

Non poteva che concludersi così questo incredibile show, che un po’ mi ero immaginata ma che vissuto fa tutto un altro effetto. E poi ti ritrovi a passeggiare sotto la luna con le luci gialle del Castello in completo silenzio e a pensare alla piccola magia che hai appena vissuto e a quanto sei stata fortunata ad aver preso parte ad un’occasione così unica.

Qualcosa completamente di diverso.

https://open.spotify.com/embed/artist/6JhUHne9H09NdkTI5E9GSt

Anna.

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