Avrei voluto sposare anche Thom Yorke.

Avrei voluto sposare anche Thom Yorke. Peccato però che non abbia ancora imparato a scrivere il suo nome: Thome York? Tom York? Tome York? Vabbé, avete capito. LUI. Il front man dei Radiohead, anche conosciuto come “Dio sceso in Terra”, l’anello di congiunzione tra l’olimpo dei musicisti e la dimensione terrena, che “strizza l’occhio” – non solo metaforicamente – agli dei e a tutti i santi del paradiso pur rimanendo con i piedi per terra.

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Partiamo da questo presupposto. Io non l’ho visto. Speravo di poterlo intravedere in qualche inquadratura sui mega schermi issati ai lati del palco e invece mi sono dovuta accontentare dei visual ipnotici in cui ogni tanto compariva il suo viso in dissolvenza, talvolta chiudere gli occhi per immaginare come sarebbe potuto essere il live sul palco e per evitare di guardare scene di grandi “limoni” a cui si lasciavano andare le coppiette davanti a me. Che poi con questo caldo, come fai  a sopportare uno che ti lecca l’orecchio da dietro? Vabbè, affari loro. 🙂

Parte Daydreaming, primo pezzo in scaletta anche al concerto di Firenze. Peccato che nella mia testa Daydreaming suonava come High and dry di The Bends. Il caldo può fare scherzi, soprattutto quando il tuo compagno di concerto Lorenzo è l’enciclopedia della musica rock/grunge tra gli anni ’80 e ’90, nonché grande conoscitore di tutti gli album e di tutte le canzoni dei Radiohead a memoria [n.d.r. il suo timbro di voce, è tra l’altro, molto simile a quello di Thom (o come si scrive). Durante All I need Lorenzo cantava, io piangevo. E faceva degli acuti che Thom (o come si scrive), levati! ].

“Peccato non abbiano fatto Daydreaming” 

“Veramente l’hanno fatta, è stata la prima”

“Ah. Ma dov’ero?”

Caldo torrido, dicevo, che fa bruttissimi scherzi. Provate a stare ad “altezza ascella” delle persone che ti circondano e l’unico modo per poter respirare è alzare gli occhi al cielo. A fine concerto avrei potuto affermare tranquillamente che l’autore di Creep sia Vasco Rossi, se solo fossi rimasta qualche minuto ancora lì dentro, tra quelle 60 mila persone o quanti eravamo.

Il concerto prosegue con Desert Island DiskFul stop. Un tripudio di raggi luminosi bianchi mentre il sole di Monza calava sulle nostre teste regalandoci un tramonto di quelli che difficilmente dimenticherai. Tutto al posto giusto. Everything in its right place.

Il sole cala sempre di più, il cielo diviene infuocato di rosso. Ad accendere il pubblico (qualche sbadiglio l’ho visto, giuro) ci pensa Airbag da Ok, Computer.  E poi incursione in In Rainbows con 15 step All I Need, con copiosi lacrimoni e acuti di Lorenzo annessi.

E poi ancora Pyramid Song, Everything in its right place, Reckoner, Bloom, Weird fishes/Arpeggi, Idioteque, The numbers, Exit music (for a film).

Un pezzo dietro l’altro, pause cortissime, buffe introduzioni in italiano tra un brano e l’altro. Come non scoppiare a ridere quando Thom urla “Siete pronto?”. “Sì, Tommaso. Siamo pronto”. E parte Paranoid Android, che chiude il primo lunghissimo blocco. E chi si ferma? Il concerto per me inizia ora.

E infatti: ecco le prime note inconfondibili di No surprises. Nell’ordine: pelle d’oca, non respiri per qualche secondo, trattieni il fiato e pensi a quanto sia bella la vita. Su 2+2=5 ritorna il mal di vivere, ma passa subito con Fake Plastic TreesPiangi ancora, ti nascondi dietro lo schermo rotto dell’iphone e riprendi quel che riesci per più tempo possibile, a costo di avere le braccia doloranti. Ti guardi intorno, tutti ipnotizzati, sbigottiti, in religioso silenzio. Non vola una zanzara (o un maggiolino visto che il parco ne era pieno). E’ stupefacente vedere 60 mila persone ammutolite, in segno di rispetto e come al cospetto di un rito sacro. Nessuno osava emettere un suono, come a non voler macchiare una performance così pura. Solo un’altra volta, al concerto dei Sigur Ròs sempre lì a Monza, mi era capitato di assistere ad un miracolo simile.

E poi il terzo bis, con Lotus Flower. “Siete pazzi” dice Thom. E allora ci regala Creep, forse perché apprezza la folle richiesta di altre canzoni. Come se avessimo avvistato 60 mila stelle cadenti e volesse esaudire il desiderio di ciascuno di noi. Anche quello di Vasco di duettare con lui.

Dulcis in fundo, Karma Police: liberatoria, catartica e quel “I lost my self” recitato a squarciagola come un mantra, talmente tante volte da rimanere afoni. Ci siamo un po’ tutti persi tra le tue note, caro Thom. E un po’ ti dobbiamo ringraziare.

Ma l’importante, a fine concerto, è ritrovare la macchina. Fidati.

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